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VENEZIA STORIA HOTEL


Uno straordinario percorso dentro la Torre rinascimentale consente di osservare da vicino i complessi meccanismi dell'orologio e di uscire sulle terrazze dalle quali si gode una splendida vista su Piazza San Marco e sull'intera città. È possibile effettuare la visita solo su prenotazione e con accompagnatore specializzato, che ne illustra le caratteristiche.
Le visite si svolgono per un minimo di 2 persone, massimo 12 e vengono proposte tutti i giorni a partenza fissa:
Visita in Italiano
tutti i giorni ore 12 e 16
Visit in English
Monday, Tuesday, Wednesday: 9 am, 10 am and 11 am; Thursday, Friday, Saturday, Sunday: 1pm, 2pm and 3pm
Visite en français
lundi, mardi, mercredi, à 13h, 14h et 15h;
jeudi, vendredi, samedi et dimanche à 9h, 10h et 11h

Le origini. I primi dogi
I primi insediamenti stabili nella laguna veneta risalgono con ogni probabilità a un momento successivo alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476). Col tempo, questi insediamenti diventano sempre più duraturi, tanto da essere considerati vere e proprie postazioni d’avamposto dell’Impero Bizantino. Al VII secolo risale in quest’area l’istituzione di un dux, in veneziano doge, probabilmente avvenuta con il beneplacito dell’Imperatore, che rende autonoma l’amministrazione locale. Questa carica, che mai nei successivi oltre mille anni di storia sarà caratterizzata da attributi monarchici, ma sarà sempre elettiva e pubblica, viene resa stabile alla metà dell’VIII secolo, quando viene eletto Teodato Ipato.
All’inizio del IX secolo, quella che ormai viene configurandosi come la città di Venezia acquista una maggiore autonomia, favorita dalla lontananza della capitale e sottolineata anche dal punto di vista religioso: la devozione a Teodoro, santo patrono orientale, viene sostituita dal culto dell’apostolo Marco, le cui spoglie mortali, secondo una storiografia di origine più tarda, sarebbero state conservate nella città lagunare.
Nell’anno 810 il doge Angelo Partecipazio sposta la sede del governo dall’isola di Malamocco alla zona di Rivoalto (l’attuale Rialto). A questa fase risale la scelta di far edificare qui il palatium duci, il Palazzo Ducale. Si può ipotizzare che il modello potesse essere il palazzo di Diocleziano di Spalato, anche se delle strutture del IX secolo nulla è sopravvissuto.

Il Palazzo
L'antico castello(X-XI)

Non sappiamo dunque come doveva essere l’antico palazzo; probabilmente l’area che oggi occupa era costituita da un agglomerato di costruzioni di diversa forma e destinazione, protetto e circondato da una consistente muraglia rafforzata agli angoli da massicce torri e isolato da un canale.
Resti delle fortificazioni e delle torri angolari sopravvivono ancor oggi. Nelle numerose strutture edilizie che affollavano quest’area, alla quale si accedeva da una grande porta fortificata, collocata più o meno all’altezza della Porta della Carta, trovavano posto uffici pubblici, il palazzo di giustizia e le carceri, l’abitazione del Doge, scuderie, armerie e altro ancora.
Se ne può ritenere una testimonianza sommaria il tracciato merlato che si riconosce nella prima pianta di Venezia giunta fino a noi, opera di fra’Paolino.


Il palazzo del Doge Ziani (1172-1178)
Nel X secolo il palazzo è parzialmente distrutto da un incendio. La ricostruzione che ne segue è voluta dal doge Sebastiano Ziani (1172-1178).
Grande riformatore, il doge ristruttura radicalmente l’intera area di Piazza San Marco. Realizza, per il palazzo, due nuovi corpi di fabbrica: uno verso la piazzetta, per ospitare le funzioni legate alla giustizia e uno verso il Bacino, per le funzioni di governo.
L’antico castello chiuso e fortificato viene dunque sostituito con una costruzione più aperta verso la città, per aderire alle nuove esigenze di una struttura politica, economica, sociale in espansione.
Quale poteva essere l’aspetto di questa nuova parte del palazzo? Probabilmente quello dei maggiori edifici dell’epoca, con le forme peculiari dell’architettura veneto bizantina, di cui un esempio tipico è il Fontego dei Turchi.
Di questa fase della costruzione sono sopravvissute solo poche tracce, individuabili sostanzialmente in un resto di basamento d’Istria e in pavimentazioni in cotto a spina di pesce.


Il palazzo trecentesco
Un nuovo ampliamento si rende necessario alla fine del XIII secolo. Nel 1297, mutamenti politici - la cosiddetta “serrata del Maggior Consiglio” -determinano un considerevole aumento del numero delle persone aventi diritto a partecipare all’assemblea legislativa, detta Maggior Consiglio, i cui membri passano da quattrocento a milleduecento. Nasce da questa esigenza l’idea di procedere a un radicale rinnovamento, adottando anche un nuovo linguaggio architettonico, il gotico.
I lavori che condurranno Palazzo Ducale all’aspetto che ci è familiare iniziano intorno al 1340 sotto il doge Bartolomeo Gradenigo (1339 – 1343) e interessano il “palazzo del governo”, cioè l’ala verso il molo. Per questa fase dei lavori sono documentati anche alcuni degli artefici coinvolti: nel 1361 ad esempio, si nominano un certo Filippo Calendario tajapietra e un Pietro Basejo magister prothus. Nel 1365 il pittore padovano Guariento viene chiamato a decorare la parete orientale della sala con un grande affresco, mentre l’esecuzione del finestrato è opera dei Delle Masegne.
Il Maggior Consiglio si riunisce nella nuova sala per la prima volta nel 1419.

I rinnovamenti del doge Foscari e il Quattrocento
Solo nel 1424, sotto il doge Francesco Foscari
(1423 – 1457), si decide di proseguire quest’opera di rinnovamento anche nell’ala verso la piazzetta, quella destinata al palazzo di Giustizia.
Il nuovo edificio si configura come il proseguimento del Palazzo del governo; al piano terra presenta all’esterno un porticato e al primo piano logge aperte, anche sul lato verso il cortile; allo stesso livello della sala del Maggior
Consiglio vi è un vasto salone, detto della Libreria (poi dello Scrutinio). I finestroni e il coronamento a pinnacoli riprendono i medesimi motivi decorativi che caratterizzano la facciata sul molo.
La facciata sulla piazzetta viene completata con la costruzione della Porta della Carta (1438-1442), ad opera di Giovanni e Bartolomeo Bon.
Solo in seguito si pone mano ad altre ali del palazzo: a partire dalla Porta della Carta si avviano i lavori di costruzione dell’androne Foscari , culminante con l’omonimo Arco, che si protraggono per alcuni anni e vengono conclusi sotto il doge Giovanni Mocenigo (1478 – 1485).


Le altre ali del palazzo e gli incendi (1483-1574)
Nel 1483 un grosso incendio divampa intanto nel lato opposto del palazzo, che finora non abbiamo descritto, quello affacciato sul canale, che ospita tra l’altro l’appartamento del Doge. Si rendono così necessari, ancora una volta, importanti lavori, affidati ad Antonio Rizzo, che introduce a Palazzo il nuovo linguagggio della Rinascenza. Viene costruito, su questo versante, un edificio nuovo, con un corpo di fabbrica che si erge lungo il rio, dal ponte della Canonica al ponte della Paglia. L’intervento si conclude, almeno per quanto riguarda gli appartamenti ducali, entro il 1510. Nel frattempo, Rizzo è sostituito dal “maestro Pietro Lombardo”, sotto la cui direzione vengono realizzate la decorazione scultorea della facciata e la scala dei Giganti. Nel 1515 Antonio Abbondi, lo Scarpagnino, succede a Pietro Lombardo.
I lavori si concludono solo nel 1559. Finalmente il palazzo è completato, ogni organo amministrativo ha una propria sede. La posa in opera di due grandi statue di Sansovino, Marte e Nettuno, sulla Scala dei Giganti, avvenuta nel 1567, si può dire sancisca la fine di questa importante fase di lavori.
Nel 1574 un altro incendio distrugge in quest’ala parte delle sale al secondo piano, danneggiando in particolare la sala delle Quattro porte, l’Anticollegio, il Collegio e il Senato, fortunatamente senza intaccare le strutture portanti. Si procede immediatamente alla risistemazione delle parti lignee e, soprattutto, dell’apparato decorativo.

L’incendio del 1577
Appena terminati i lavori, però, nel 1577 un altro devastante incendio coinvolge questa volta la sala dello Scrutinio e la sala del Maggior Consiglio, distruggendo irrimediabilmente i dipinti che le decoravano, opere di artisti tra cui Gentile da Fabriano, Pisanello, Alvise Vivarini, Carpaccio, Bellini, Pordenone, Tiziano. Per quanto riguarda le strutture dell’edificio, si procede velocemente a un restauro che ne conserva l’aspetto originale. I lavori si concludono nel giro di pochi anni, tra il 1579 e il 1580, quando è doge Niccolò da Ponte.


Le prigioni e gli altri interventi seicenteschi
Sino a quel momento il Palazzo Ducale aveva ospitato, oltre all’appartamento del doge, la sede del Governo e i Tribunali, anche le prigioni (al piano terra, a destra e sinistra della porta del Frumento); solo nella seconda metà del XVI secolo Antonio da Ponte ordina la costruzione delle Prigioni Nuove, costruite da Antonio Contin intorno al 1600 e collegate al palazzo dal ponte dei Sospiri.
Il trasferimento delle prigioni libera spazi al piano terra del Palazzo Ducale. L’area del cortile è quindi oggetto, all’inizio del XVII secolo, di una nuova ristrutturazione. Viene realizzato, nella parte del palazzo di giustizia affacciata sul cortile, un porticato analogo a quello della facciata di rinascimentale che gli sta di fronte; inoltre, sul lato del cortile opposto all’ala sul molo, a fianco dell’arco Foscari, viene eretta un’ulteriore facciata marmorea ad archi, sormontata da un orologio (1615), su progetto di Bartolomeo Manopola.

Il palazzo dopo la fine della Repubblica di Venezia
Le funzioni del Palazzo Ducale, simbolo e cuore della vita politica e amministrativa lungo tutto l’arco della millenaria storia della Repubblica di Venezia, non possono che cambiare a partire dal 1797, anno in cui la Serenissima cade.
Da allora si succedono in città la dominazione francese e quella austriaca , fino all’annessione all’Italia, nel 1866.
In questo periodo il palazzo diviene sede di diversi uffici, oltre a ospitare per quasi un secolo (dal 1811 al 1904) la Biblioteca Nazionale Marciana e altre importanti istituzioni culturali della città.
A fine Ottocento, l’edificio presenta evidenti segni di degrado: il governo italiano decreta allora un ingente finanziamento per provvedere a un radicale restauro. In quell’occasione si procede alla rimozione e sostituzione di molti capitelli del porticato trecentesco, che, restaurati, costituiscono oggi il corpus del Museo dell’Opera. Vengono inoltre trasferiti tutti gli istituti, ad eccezione dell’Ufficio statale per la tutela dei monumenti, che ancor oggi vi risiede, come Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Venezia e Laguna.
Nel dicembre del 1923 lo Stato, proprietario dell’edificio, affida al Comune di Venezia la gestione del palazzo, aperto al pubblico come museo.
Dal 1996 Palazzo Ducale è a tutti gli effetti parte del sistema dei Musei Civici Veneziani. 



La Sede
La Torre dei Mori è uno dei segni architettonici più celebri di Venezia: sovrasta come un arco di trionfo l'accesso alla nevralgica via commerciale della città, l'antica Merceria.

Essa è anche un elemento insieme di rottura e di connessione tra le varie parti architettoniche del complesso di piazza S. Marco e tra le diverse funzioni urbane che da esso si diramano: le sedi del potere politico e religioso; i luoghi della rappresentanza e quelli dell'economia; l'affaccio verso il mare e l'articolazione dell'intera maglia edilizia cittadina.

La torre è, insomma, con il suo grande Orologio astronomico, capolavoro di tecnica e di ingegneria, un irrinunciabile elemento dell'immagine stessa di Venezia e ne segna, oramai da cinquecento anni esatti, la vita, la storia e il continuo scorrere del tempo. 


Ca' Rezzonico - Il Palazzo
Il grandioso palazzo, ora sede del Museo del Settecento veneziano, venne costruito a partire dal 1649 per la nobile famiglia Bon, su progetto del massimo architetto del barocco veneziano, Baldassarre Longhena.
La sua morte nel 1682, quasi contemporanea a quella del committente e le difficoltà economiche della famiglia Bon causarono la sospensione dei lavori, lasciando il palazzo incompiuto.
La fronte sul Canal Grande appare in numerose vedute del primo settecento completata solo per il piano terra e per il primo piano nobile e coperta da una chiusura provisoria costituita da un tetto a capanna d'assi di legno.

Nel frattempo, la famiglia Rezzonico - originaria della Lombardia - si era trasferita a Venezia e aveva acquistato nel 1687 il titolo nobiliare.
Giambattista Rezzonico, mercante e banchiere, acquistò nel 1751 il palazzo e ne affidò il completamento a Giorgio Massari, uno dei più affermati ed eclettici professionisti del medio Settecento veneziano. I lavori procedettero con rapidità e nel 1756 l'edificio risulta completato.

Mentre la prestigiosa facciata sul Canal Grande e il secondo piano nobile seguivano l’originario progetto longheniano, si devono a Massari le ardite invenzioni sul retro del palazzo: il sontuoso accesso da terra, lo scalone d'onore e il grandioso, insolito salone da ballo ottenuto eliminando il solaio del secondo piano.

Contemporaneamente alla conclusione dei lavori, si diede il via anche alla decorazione dell’edificio, con l’intervento dei maggiori pittori allora attivi a Venezia: Giambattista Crosato, autore degli affreschi del salone in collaborazione col quadraturista Pietro Visconti, Giambattista Tiepolo, cui spettano i due soffitti realizzati in occasione delle nozze tra Ludovico Rezzonico e Faustina Savorgnan, il giovane Jacopo Guarana e Gaspare Diziani.

L’edificio era perfettamente completato nel 1758, quando il fratello cadetto di Giambattista, Carlo Rezzonico, vescovo di Padova, venne eletto papa col nome di Clemente XIII: l’evento segna il vertice della fortuna della famiglia e il palazzo di San Barnaba fu sede di splendide feste per celebrarlo.
Ma ben presto, dopo solo cinquant'anni, la potente famiglia nel 1810 si estingueva.

Iniziava così per il palazzo e per il patrimonio d'arte e di storia che vi si era accumulato una lunga, difficile e tormentata stagione di smembramenti e dispersioni.
Spogliato dell’ arredo, suddiviso tra gli eredi e poi venduto, il palazzo passò nell’Ottocento a diversi proprietari; acquistato dal pittore inglese Roberto Barret Browning, fu scelto come residenza dal padre di questi, lo scrittore Robert Browning, che vi morì.
Successivamente venne rilevato dal conte Lionello Hirschell de Minerbi, deputato al Parlamento italiano, che lo cedette nel 1935, dopo lunga e complessa trattativa, al Comune di Venezia. 

La sede
Palazzo Mocenigo di San Stae
Nella pianta di Jacopo de' Barbari (1500) si ha documentazione dell'edificio che all'epoca si presentava a base pressoché quadrata con cortile al centro. In seguito il palazzo venne progressivamente ampliato (i discendenti di Nicolò acquistarono delle proprietà adiacenti la loro) e ristrutturato.
L'aspetto che conserva attulmente risale probabilmente all'inizio del XVII secolo, ma non si ha alcuna notizia circa i tempi di esecuzione e non se ne conosce l'architetto.
Le due facciate, quella sul rio e quella sulla "salizada", sono pressoché uguali.
La prima presenta nella parte centrale tre serliane sovrapposte collegate da mensoloni sansoviniani (motivo questo che si ripete anche nelle finestre laterali); l'ala di sinistra si prolunga rendendo così l'insieme non simmetrico e presenta inoltre una parte più bassa rispetto al corpo principale; la zoccolatura è a bugnato.

La seconda facciata ha i portoni architravati e le serliane solo nei due piani nobili; le finestre laterali sono suddivise in modo da creare un doppio ordine di stanze e la struttura principale è affiancata da un'ala notevolmente più bassa, con al piano nobile una serliana.
Il prospetto sulla salizada rispecchia un gusto più tardo rispetto a quello sul canale, presentando delle linee seicentesche.
Nel 1945 il palazzo Mocenigo di San Stae, con l'archivio e parte degli arredi, fu donato per disposizione testamentria al Comune di Venezia da Alvise Nicolò, ultimo discendente della nobile famiglia veneziana, affinché venisse utilizzato "per Galleria d'Arte, a completamento del Museo Correr".
Sul finire degli anni settanta, alla morte della moglie Costanza Faà di Bruno, pervenirono ai Civici Musei le stanze del primo piano nobile con le decorazioni ad affresco e gli arredi, per lo più settecenteschi.
Nel 1985, dopo consistenti interventi di restauro, l'appartamento Mocenigo venne aperto al pubblico come museo, senza peraltro perdere il fascino e l'atmosfera della casa vissuta. Nello stesso anno venne istituito a palazzo Mocenigo il Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume: gli uffici e la biblioteca specializzata vennero ospitati nelle stanze del primo piano nobile che non avevano conservato gli arredi originali; i depositi di tessuti e costumi, invece, nel primo mezzanino e nel soffittone.
Gli altri piani del palazzo sono ancora come li aveva lasciati Alvise Nicolò Mocenigo, divisi in appartamenti e gestiti dall'Assessorato alla Casa del Comune di Venezia.



Ca' Pesaro - Il Palazzo
Il grandioso palazzo, ora sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna, sorge nella seconda metà del XVII secolo, per volontà della nobile e ricchissima famiglia Pesaro, su progetto del massimo architetto del barocco veneziano, Baldassarre Longhena, cui si devono anche la Chiesa della Salute e Ca’ Rezzonico.
I lavori iniziano nel 1659 a partire dal versante di terra, con il cortile caratterizzato dalle originali logge, che risulta completato entro il 1676; la prestigiosa facciata sul Canal Grande raggiunge il secondo piano già nel 1679, ma, alla morte di Longhena nel 1682, il palazzo è ancora incompiuto. I Pesaro ne affidano il completamento a Gian Antonio Gaspari che lo porta a termine certo entro il 1710, rispettando sostanzialmente il progetto originario.

Nel realizzare Ca’ Pesaro, capolavoro dell’architettura civile barocca veneziana, Longhena si ispira alla classicità sansoviniana, elaborando soluzioni e linguaggi capaci di esprimere una nuova, sontuosa armonia.
Ne è esempio la grandiosa facciata sul Canal Grande, dalla composizione complessa, possente eppure equilibrata: sopra uno zoccolo scandito da protomi leonine e mostruose si eleva un severo bugnato a punte di diamante percorso da due file di finestre, aperto al centro da due portali gemelli sormontati da mascheroni e statue. Al primo piano appare più esplicito il motivo sansoviniano nell'insistito ritmo chiaroscurale degli archi profondi e delle colonne in evidenza. Al secondo piano, per mano di Antonio Gaspari, la facciata si arricchisce di ornamentali nei pennacchi e nella trabeazione.
Non meno regale è il vastissimo androne, ben disposto lungo l’asse di tutto l’edificio, spazioso e rigoroso nella penombra che si contrappone alla chiara luminosità del cortile, articolato attorno alla monumentale vera da pozzo, cinto da una terrazza e percorso da un porticato a bugne, scandito da lesene doriche e piani superiori a finestre architravate.

Sontuoso e imponente, ma armonico e organico nella struttura, il palazzo è arricchito costantemente, già durante i lunghi anni della costruzione da un altrettanto importante apparato ornamentale degli interni
Di esso, il palazzo conserva ancora oggi alcuni decori a fresco e a olio dei soffitti, dovuti ad artisti come Bambini, Pittoni, Crosato, Trevisani, Brusaferro; tra essi anche il soffitto di G.B. Tiepolo con Zefiro e Flora trasportato da qui al Museo di Ca’ Rezzonico nel 1935.
Ma ben più cospicue risultano dai documenti d’archivio esser state le collezioni della famiglia Pesaro, che annoveravano numerosissime opere di artisti tra cui Vivarini, Carpaccio, Bellini, Giorgione, Tiziano, Tintoretto, oltre ai più noti artisti del Seicento e del Settecento veneziano. Questo ingente patrimonio risulta disperso definitivamente entro il 1830, anno di morte dell’ultimo dei Pesaro, che ne ha venduto all’asta a Londra la maggior parte.
Dopo i Pesaro, il palazzo passa ai Gradenigo, poi ai Padri armeni Mechitaristi, che lo utilizzano come collegio. Acquistato infine dalla famiglia Bevilacqua, diviene proprietà della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa.
È lei a destinare il palazzo all’arte moderna, lasciandolo a questo scopo alla città. 

Museo del Vetro
Il Palazzo

L’edificio è l’antico Palazzo dei Vescovi di Torcello. Nato come abitazione patrizia nelle tipiche forme del gotico fiorito,di cui resta traccia nella colonna con capitello dell’atrio e nelle finestre della facciata sul cortile,divenne nel 1659 residenza del Vescovo Marco Giustinian, che qualche anno più tardi lo acquistò per farne dono alla diocesi torcellana. Risale a quegli anni una sostanzanziale ristrutturazione dell’edificio su progetto di Antonio Gaspari. Quando la diocesi torcellana fu soppressa, nel 1805, il palazzo divenne proprietà del Patriarcato di Venezia, che lo vendette nel 1840 al Comune di Murano, di cui divenne sede.
Al museo-archivio dell’isola, all’atto della sua fondazione nel 1861, venne assegnata la sala centrale del piano nobile, ma il successivo, rapido e consistente incremento delle raccolte necessitò di spazi espositivi più vasti, che si estesero, poco alla volta, a tutto l’edificio. Con la soppressione dell’autonomia comunale di Murano, nel 1923, e la sua annessione al Comune di Venezia, il Museo passò a far parte dei Musei civici veneziani.
A testimonianza dell’originario fasto resta, oggi, al piano nobile, il soffitto del salone centrale, o portego, che si affaccia sul Canal Grande di Murano, decorato dall’affresco settecentesco di Francesco Zugno (1709-1787) con l’allegorico Trionfo di San Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia (1381-1455), e antenato della famiglia che nel XVII secolo riadattò il palazzo. Allo Zugno si affiancò, in qualità di quadraturista, provvedendo all’esecuzione dei motivi architettonici, Francesco Zanchi (1734-1772) .Moderno è, invece, il fregio con gli stemmi delle famiglie muranesi.
Dei tre grandi lampadari ottocenteschi,a soffitto, merita particolare attenzione quello centrale, a 60 bracci, eseguito da Giovanni Fuga e Lorenzo Santi e presentato alla prima Esposizione vetraria muranese nel 1864, dove venne premiato con medaglia d’oro. 


Il Museo del Merletto
Il museo, aperto nel 1981, ha sede negli spazi della storica Scuola dei Merletti di Burano, fondata nel 1872 dalla contessa Andriana Marcello per recuperare e rilanciare una tradizione secolare. Dopo la chiusura della scuola, un Consorzio creato dagli Enti pubblici veneziani e dalla Fondazione Andriana Marcello – nel frattempo costituitasi – inizia, a partire dal 1978, un’attenta attività di riscoperta e valorizzazione culturale di quest’arte: l’archivio dell’antica Scuola, ricco di importanti documenti e disegni, viene riordinato e catalogato; la sede viene ristrutturata e trasformata in spazio espositivo. Nasce così il Museo del Merletto. Vi sono esposti oltre cento preziosi esemplari della ricca collezione della Scuola, oltre a importanti testimonianze della produzione veneziana dal XVI al XX secolo.
Incluso dal 1995 nei Musei Civici Veneziani, questo spazio offre oggi non solo l’esposizione di pezzi di grande valore, ma anche la possibilità di osservare dal vero le tecniche di lavorazione proposte dalle merlettaie, ancora oggi depositarie di quest’arte e presenti al mattino in museo. Inoltre è a disposizione degli studiosi l’archivio, importante fonte di documentazione storico - artistica, con disegni, foto e varie testimonianze iconografiche. 

Palazzo Fortuny
Il museo ha sede nell' antico palazzo gotico appartenuto alla famiglia Pesaro ed acquistato da Mariano Fortuny per farne il proprio atelier di fotografia, scenografia e scenotecnica, creazione di tessili, pittura: di tutte queste funzioni l'immobile ha conservato ambienti e strutture, tappezzerie, collezioni. Il Museo Fortuny, donato al Comune da Henriette, vedova di Mariano, nel 1956, è destinato, secondo una tradizione consolidatasi nel corso degli ultimi due decenni, ad occuparsi di tutte le discipline facenti capo alla comunicazione visiva, raccogliendo in ciò, idealmente, l'eredità culturale dello sperimentalismo e delle curiosità innovative proprie del personaggio al nome del quale la struttura è legata. Attualmente è interessato da lavori di restauro che lo rendono solo parzialmente fruibile, mentre prosegue l'attività museale di conservazione e di ricerca; mostre temporanee vengono inoltre allestite sia al primo piano nobile, che restituisce l'ambiente e gli arredi così come pensati e voluti da Fortuny, sia nel suggestivo spazio al piano terra, cui si accede da Campo San Beneto. 


Ca' Centanni , la Casa
“Je suis né à Venise, l’an 1707, dans une grande et belle maison, située entre le pont de Nomboli et celui de Donna onesta, au coin del rue de Ca’ Centanni, sur le paroisse de S. Thomas” [ Sono nato a Venezia, nel 1707, in una grande e bella casa, situata tra il ponte dei Nomboli e quello della Donna onesta, all’angolo della calle di Ca’ Centanni, nella parrocchia di San Tomà] .

Così l’ottantenne Carlo Goldoni - ormai a Parigi da venticinque anni - ricorda la sua casa natale, in apertura dei Mémoires. Ca' Centani, o Centanni, meglio conosciuta come la "Casa di Carlo Goldoni", fu eretta nel XV secolo e conserva tutte le caratteristiche dell'architettura gotica a Venezia di quel periodo. Particolarmente interessante, oltre alla facciata a trittico sul canale con ricca quadrifora, l'ingresso da calle dei Nomboli sul cortile con la suggestiva scala esterna a due rampe e parapetto a colonnine in pietra d'Istria. 

Museo della Storia Naturale
Il palazzo
Il fontego dei Turchi, che si affaccia con un’imponente fronte sul Canal Grande, è uno dei più noti edifici civili di Venezia.

Risale, nelle strutture essenziali, al XII-XIII secolo: il doppio loggiato in stile cosiddetto veneto-bizantino sottolinea la funzione di luogo di raccolta e vendita delle merci - simbolo della vocazione mercantile della città - mentre le torri angolari ancora richiamano tipologie difensive di ascendenza alto-medievale.

Il palazzo - già appartenuto alla famiglia Pesaro e agli Estensi, in cui, secondo la tradizione, soggiornarono personaggi come Lucrezia Borgia o Torquato Tasso - divenne nel 1621 emporio e centro commerciale dei mercanti Turchi a Venezia, e tale rimase fino al 1838.

L’attuale aspetto è dovuto a un radicale intervento di restauro effettuato nel secondo Ottocento: acquistato dal Comune per farne la sede del Museo Correr, fu allora anche ampiamente rimaneggiato.

Quando, nel 1922, le collezioni d’arte e di storia furono trasferite a palazzo Reale in piazza San Marco, nel fontego rimasero quelle naturalistiche ed etnografiche.

Qui veniva istituito, nel 1923, il Museo di Storia Naturale, aperto al pubblico nel 1928, in cui confluirono anche le preziose raccolte dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.